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Battaglia Podgora

I CARABINIERI SUL PODGORA

Il 3° Battaglione Carabinieri Reali alla partenza per il fronte del Podgora, al centro il comandante Ten.Col.Pranzetti
I CARABINIERI SUL PODGORA

UNA VICENDA D’EROISMO DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE, IL 19 LUGLIO 1915
A Piedimonte del Calvario i CC.RR scrivono una pagina di sacrificio e di valore

Podgora: è il nome sloveno di un villaggio, tramandato con il ricordo del sacrificio dei nostri avi e per questo è ben vivo in noi, ma difficilmente lo troveremo sulle carte topografiche italiane.
Un monte che immaginiamo di imponenza alpina e che invece è un ampio colle vicino a Gorizia, non più alto di 241 metri. Un bosco che c’era nonostante le cannonate e c’è ancora, folto e intricato, come mostrano le immagini satellitari. Il villaggio, oggi frazione di Gorizia, in italiano si chiama Piedimonte del Calvario e l’altura è il Monte Calvario.  Un nome doloroso e glorioso insieme, che la casualità ha inopinatamente azzeccato. Dopo i primi successi che avevano portato il Regio Esercito del generale Cadorna a varcare il confine austriaco sin oltre l’Isonzo sulla soglia della città giuliana, la resistenza degli imperiali aveva imposto una battuta d’arresto, in particolare sulle posizioni fortificate del monte Sabotino a nord e del Podgora a sud che, per quanto basse, dominavano comunque la pianura, costituendo due teste di ponte sulla riva destra del fiume nello schieramento italiano. Il Reggimento Carabinieri Reali mobilitato, forte di 2.565 militari su tre Battaglioni per nove Compagnie agli ordini del colonnello Antonio Vannugli, da Treviso - ove dal 18 maggio 1915 sono stati riuniti i suoi effettivi mobilitati dalla Legione Allievi di Roma e dalle Legioni territoriali di Firenze, Ancona, Napoli, Bari e Palermo - il 25 seguente si sposta a Udine e vi svolge servizi di vigilanza presso il Comando Supremo e la residenza del Re, di sicurezza pubblica e di polizia militare. La sera del 4 luglio 1915 arriva l’ordine che il reparto con i Battaglioni II e III si rechino a Cormons, da poco conquistata, per passare alle dipendenze del VI Corpo d’Armata, sul fronte della 2a Armata.
Il Generale d’Armata Gaetano Zoppi fu il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri dal  14 settembre 1914 al gennaio 1918
Il Colonnello  Antonio Vannugli comandante del Reggimento Carabinieri Reali mobilitato (si noti i gradi da Colonnello Comandante di Reggimento sottopannati di rosso "robbio")
Il Tenente Colonnello Pranzetti all’esterno della sua tenda in zona di operazioni sul Podgora. il 19 luglio 1915 guidò il 3° Battaglione CCRR nei cruenti assalti all'arma bianca contro le munite posizioni del nemico, dando prova di esemplare ardimento. Venne promosso colonnello il 14 giugno 1917.
Il I Battaglione guidato al maggiore Alberto Ferrari resterà a Udine per i precedenti impieghi, gli altri, rispettivamente del maggiore Italo Franchi e del tenente colonnello Teodoro Pranzetti, in tutto 1600 uomini con Bandiera e Banda musicale, partono in treno il 5 seguente. Il 6 devono marciare verso i trinceramenti sulle alture della località Lora Podgora di fronte alla famigerata quota 240 ben difesa dagli austroungarici, per dare il cambio al 36° Reggimento Fanteria della Brigata “Pistoia”. Per celerità il carreggio e persino gli zaini sono lasciati “in itinere”, a Vipulzano e a Cormons, mentre la Banda si ferma nelle retrovie; a notte fonda i carabinieri rilevano i fanti. Anch’essi sono fanti: ne vestono l’uniforme; ne indossano le buffetterie; ne stringono il lungo fucile modello 91 con la baionetta a pugnale; ne condividono la sorte, le fatiche e il pericolo. Li distinguono solo gli alamari d’argento sul colletto di panno nero e una piccola fiamma in filo nero sul berretto (la caratteristica “lucerna” con la foderina grigia è propria dei reparti di polizia militare e l’elmetto sarà adottato nel 1916). Per quanto la loro preparazione al combattimento sia indiscutibile, i molti impegni istituzionali a Udine ne hanno rallentato l’addestramento alla vita del fronte, ma il morale è alto. I tormenti inenarrabili dell’addiaccio, del fetore, dell’acqua inquinata dai molti cadaveri non potuti seppellire, della conseguente dissenteria, delle granate nemiche e del quotidiano stillicidio dei cecchini non li fiaccano. Dalle descrizioni molto chiare del Diario Storico Militare del Reggimento redatto dal colonnello Vannugli immaginiamo i carabinieri, in posizione verso nord ovest e tra i 150 e 200 metri rispetto all’altura, arroccati: a destra in due trincee alterne, affiancate ai fanti del 12° Reggimento; a sinistra in un’unica trincea addossata al 1°.
Il maresciallo Giuseppe De Nicolai in posa accanto a una granata austriaca da 305 inesplosa. Il sottufficiale portò la Bandiera di Guerra dell’Arma durante la Battaglia del Podgora.
Ufficiali dei Carabinieri del 3° Battaglione del Reggimento sul Podgora
Carabinieri in trincea sul monte Podgora 16-luglio-1915
Circa 150 metri di linea. Nel mezzo, tra i due settori dell’Arma, un vallone. Scarsissimo l’armamento: oltre ai fucili, un pezzo d’artiglieria someggiato, due batterie da 75 mm e una sezione di mitragliatrici. Le perdite per il fuoco austriaco dalle postazioni in vetta e per l’imperversare del colera si fanno sentire e i combattenti alla soglia dello scontro sono ridotti a circa 1.300. Si stringono i denti e si va avanti, il momento è ormai prossimo: il 18 luglio viene dato ordine di predisporsi all’assalto. Bisogna sostenere l’urto principale della 3aArmata sui monti San Michele e Sei Busi, facendo credere ad un’offensiva sul fronte giuliano per attirarvi il fuoco delle artiglierie avversarie. Un diversivo insomma. Certo una manovra costosa perché gli austroungarici sono ben assestati sul Podgora e in più hanno solidi ripari dall’artiglieria italiana sullo scosceso versante est dell’altura, pressoché impossibile da battere. Si deve avanzare allo scoperto e in salita. Ma ecco: il “dado è tratto” e si comincia quel giorno stesso sin dalle 06,30 con due incursioni di volontari, carabinieri e genieri, che fanno saltare parte dei reticolati. È notte e poi è l’alba; resta un pugno di ore. Un’attesa di ansia, di eccitazione e di paura che non ottunde il coraggio, perché solo gli incoscienti non temono la morte almeno per un attimo. C’è odore di terra smossa, di umidità, di umanità, di polvere da sparo. Rivedi la tua casa, le tue cose, qualche volto, preghi. Non c’è più tempo, i colpi della nostra artiglieria preparano l’avanzata. Obiettivo: quota 240. In prima linea c’è il III Battaglione con le tre Compagnie in schiere successive; il II, in riserva, lo appoggia sul fianco sinistro. Sono le 11,00. Tutto si ferma un istante: il controllo dell’orologio. Poi Vannugli ordina l’assalto. Pranzetti impugna la sua Glisenti calibro 9 mm. Alla baionetta... Avanti Savoiaaa!! Il capitano Giuseppe Vallaro balza alla testa dell’8a, a circa cinquanta metri lo segue  il capitano Eugenio Losco con la 7a, seguito a pari distanza dal capitano Carlo Lazzari davanti alla 9a.
I Carabinieri con le uniformi del 1915 (disegno di G. Cantelli)
Tenente in uniforme grigio-verde adottata per l’Arma dopo l’inizio della 1a Guerra Mondiale.
È l’apocalisse. I nostri sono bersagliati da una gragnuola di proiettili ma non possono sparare a loro volta, per non rallentare l’impeto e non rischiare di colpirsi accidentalmente. Sudore, adrenalina, esplosioni; qualcuno… molti cadono, non li vuoi e non li devi guardare, non adesso, lamenti, odore di sangue. L’impeto s’arresta, riprende. Alle 13,00 attacca anche il II Battaglione, in riserva c’è solo la 6a Compagnia con la Bandiera. Tanti gli episodi di eroismo. Un esempio: il carabiniere Domenico Della Giorgia ha il braccio sinistro fracassato dalla mitraglia…”torna indietro a farti medicare!” ...“No signor tenente, non mi mandi via… ho il destro ancora buono!”. Prosegue con la baionetta in pugno. È ucciso. Passano altre due ore e alle 15,00 ci si ferma a una manciata di metri dal nemico, abbarbicati al terreno per il prossimo sbalzo previsto per le 16,00. Ma tre minuti prima il Comando del VI Corpo d’Armata interrompe l’azione. I Carabinieri si sono già fatti onore guadagnando 9 medaglie d’argento, 33 di bronzo e 13 croci di guerra al Valor Militare. Nella sola giornata del 19 luglio il Reggimento, già a organico ridotto, ha perso 206 uomini tra morti, feriti e dispersi cui si devono aggiungere quelli dei giorni precedenti per il tiro austriaco e gli altri per la dissenteria. Una vera falcidie. Immancabile l’elogio dei comandanti della Brigata “Pistoia”, generale Francesco Coco e dell’11a Divisione, generale Ettore Mambretti, ai Carabinieri che “…stettero… saldi e impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte e che fece numerose vittime”. I militari dell’Arma restarono in trincea sino al 6 agosto con altre perdite; il 7 restituirono le posizioni al 36° Fanteria e furono internati in isolamento sanitario sino al 14 settembre, quando il II Battaglione fu assegnato alla 3aArmata e il III alla 2a per i consueti servizi di polizia militare. Praticamente a quella data il Reggimento Carabinieri Reali mobilitato terminò di fatto la sua esistenza, anche se la sanzione ufficiale avvenne il 15 novembre con lo scioglimento. Vita breve ma entrata a pieno titolo nella storia.

Di Vincenzo Pezzolet, tratto da Fiamme D'argento Luglio/Agosto 2015

9 Agosto 1916 I Carabinieri a cavallo entrano a Gorizia
Agosto 1916  I Carabinieri Reali aprono la sfilata per la liberazione di Gorizia
Il 20 agosto 1916, il re Vittorio Emanuele in visita a Gorizia, accolto “da un'ovazione della popolazione Italiana”. L'avvenimento è riportato in copertina della “Domenica del Corriere” il disegnatore Beltrame lo ritrae in Piazza Grande con l'inseparabile macchina fotografica e il maggiore dei Carabinieri Reali Sestilli,  Regio Commissario per la città ,sullo sfondo  due carabinieri vigilano.
Questa  ripresa eseguita nell'agosto 1916 dal servizio fotografico del Regio  Esercito, sintetizza da sola il  “cambio della guardia”. Sul  portone del castello di Gorizia la guardia viene ora montata da un  Carabiniere con l'immancabile lucerna con il  telino grigio-verde. La figura in penombra si staglia sulla garitta austriaca dipinta a scaglioni bianco-rossi, a ricordo dell'antica potenza militare asburgica.
All’alba del 28 ottobre 1917 le truppe austro-ungariche ritornano a Gorizia. Lo sfondamento avvenuto a Caporetto il 24 ottobre ha determinato la ritirata italiana anche dalle postazioni del medio e basso Isonzo, da dove si attesteranno definitivamente solo sul Piave. Nella cartolina,Carlo I d’Austria e la consorte l’imperatrice e regina Zita sui bastioni occidentali del castello di Gorizia il 19 novembre 1917,  osservano  i sottostanti campi di battaglia dall'Isonzo al Podgora.
Carlo I d’Austria  ritornò varie altre volte a Gorizia. Ai primi di febbraio del 1918 la visitò  accompagnato dall’ Imperatore tedesco Guglielmo II. L’ultimo soggiorno avvenne il 2 e 3 agosto 1918, durante il quale Carlo discusse, senza successo,con gli alleati germanici, l’intendimento di porre fine alla guerra.
Finita la guerra e Gorizia  ripresa dagli italiani - giunti in città il 6 novembre 1918 - aveva  bisogno di simboli che sancissero l’italianità del territorio. Il generale Cattaneo, comandante della piazza di Gorizia, decise di collocare un leone di San Marco sopra l'ingresso del castello. La  prima foto ritrae i lavori di messa in opera della monumentale statua,  che verranno ultimati alla presenza delle autorità civili e militari il  25 aprile 1919.
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